18 febbraio 2011

Come e perchè le tasse possono essere “bellissime”

Il fascicolo n. 197 de Il Commercialista veneto (ottobre 2010), pubblica, tra le altre cose, un trafiletto dal titolo L’ “Estro” fiscale.

L’Autore del trafiletto, grande estimatore di Antonio Vivaldi, se la prende un po’ con il governo e con la pressione fiscale, proponendo, alla fine del giro, una ventata di aria nuova e finanche un po’ di allegria nel rapporto Fisco contribuente.

Il trafiletto è stato avviato, forse con un misto di provocazione e ironia, con la citazione della oramai celebre frase pronunciata, qualche tempo fa, dall’On.le Tommaso Padoa Schioppa, secondo il quale le tasse sarebbero <<una cosa bellissima>>.

Il dato testuale è netto e inconfutabile, ma sembra difficile pensare che il pagamento di un tributo allo Stato o a qualche ente pubblico territoriale costituisca un atto capace di generare sentimenti di ammirazione nei confronti di qualcuno oppure senso di piacere per noi stessi.

Sotto questo punto di vista, il ragionamento del commercialista veneto non fa una piega e calza a pennello, così come non fa una grinza il vestito fatto a mano, su misura, dal più abile sarto.

In effetti, movendo dal dato lessicale e argomentando nella sola dimensione individualistica del rapporto Fisco-contribuente, le tasse potrebbero reputarsi “noiose”, “pesanti”, “complesse”, “inique” e, in taluni casi, finanche “irrazionali”. Non potrebbero mai, però, essere “belle”. Tale aggettivo può adattarsi a un’opera d’arte, una sinfonia, una canzone popolare, una vacanza, una fuoriserie, un tramonto sul lago o una ragazza svedese. Non però a un tributo, che per la sua stessa struttura vive nella dimensione di ciò che è imposto (ed ecco la “pesantezza”), inesorabilmente calato dall’alto (l’”autorità”) con conseguente effetto di decurtazione patrimoniale (l’impoverimento), pena l’applicazione di pesanti sanzioni.

Ma nel diritto, come nella vita, le affermazioni vanno prese con le pinze, adattate al momento in cui sono state pronunciate e , soprattutto, non estrapolate dal contesto argomentativo nel quale esse si sono formate.

L’ex Ministro delle Finanze non si è limitato a dire che le tasse sono “bellissime” e a toccare per questo, d’emblée, le più alte vette dell’impopolarità, ma ha aggiunto che si tratta di una cosa “civilissima”, di uno strumento funzionale alla contribuzione, vale a dire alla ripartizione tra tutti i consociati delle spese comuni, che egli ha sommariamente individuato nella salute, nella sicurezza, nell’istruzione e nell’ambiente.

Scorporate dalla prospettiva del rapporto tra singolo contribuente ed erario (dove il primo tenta, quando può, di “fregare” il secondo), le imposte cessano di rappresentare un prelievo odioso e si trasformano, piaccia o non piaccia, in un simbolo della nostra appartenenza alla collettività.

Alla domanda <<perché paghiamo le imposte?>> la risposta sgorga cristallina: paghiamo perché ci troviamo nella condizione economica (di possessori di reddito, di consumatore, di proprietari di immobili, di investitori e così via) che ci consente di contribuire al bene comune attraverso il nostro personale sacrificio. Trasportata in questa dimensione collettiva, che è poi la dimensione solidaristica espressa dall’art. 2 Cost., l’imposta può anche essere “bellissima”, perchè l’uomo vive nella società e dà senso, attraverso la società, alla propria dimensione individuale.

Il commercialista veneto tocca, in punta di fioretto, un profilo assai delicato del rapporto Stato-contribuente, vale a dire quello della pressione fiscale, che tutti potremmo definire, senza tema di smentita, insopportabile.

Codesta pressione, tuttavia, costituisce solamente il verso della medaglia, mentre nel recto è rappresentato dall’evasione: da un lato, molti affermano di pagare troppo al Fisco; dall’altro, quelli che se lo possono permettere non esitano ad evadere, confidando nella fortuna, nel basso livello dei controlli, nell’inefficienza del Fisco, nella possibilità di aderire all’eventuale accertamento, se scoperti.

Orbene, l’art. 1 della Costituzione ci ricorda che la sovranità spetta al popolo, il quale la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Carta fondamentale. Se la collettività stabilisce, attraverso il legislatore (consenso), che si concorra alla spesa comune in base al reddito o in base al patrimonio e se tali fatti economici sono in tutto o parzialmente nascosti al Fisco da parte di chi non intende contribuire, l’effetto non potrà che essere di alterazione degli indici di riparto predeterminati da quel gruppo sociale: la spesa pubblica finirà per essere ripartita tra i soli contribuenti che dichiarano di aver realizzato il presupposto per l’applicazione del tributo, con esclusione di coloro che, pur trovandosi nella medesima condizione, hanno nascosto la propria ricchezza.

Per questo motivo l’evasione costituisce un vero e proprio sfregio all’idea di “comunità” . E allo stesso risultato si perviene mediante condoni, transazioni e scudi fiscali di ogni sorta, i quali finiscono per alterare le regole di questa contribuzione, permettendo a chi ha generato un reddito di versare un’imposta inferiore rispetto a quella dovuta sulla base del criterio di riparto fissato, ex ante, dal legislatore.

Vado diritto alle conclusioni: con riferimento alle “tasse” e alla granitica affermazione dell’On.le Padoa Schioppa, l’aggettivo da sottolineare non è “bellissime”, ma “civilissime”.

Le tasse sono “civilissime” perché chi dichiara i fatti economici realizzati e fa il proprio dovere è parte attiva della comunità, ne è il sostenitore e, ad un tempo, il protagonista. Per contro, chi evade non si limita a versare di meno rispetto a quanto dovrebbe: l’evasore danneggia tutti gli altri consociati, costringendoli, in un modo o nell’altro, e nel tempo, a farsi carico di una quota aggiuntiva di spesa pubblica.

Le “tasse” non sono in sé “irrazionali” e “inique”. Sono inique tutte le fattispecie di evasione e tutte le disposizioni fiscali che, intervenendo dopo che la legge di riparto ha prodotto i propri effetti, immettono nel sistema tributario il germe della disparità di trattamento e, pertanto, dell’ingiustizia.

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22 Commenti a “Come e perchè le tasse possono essere “bellissime””

  1. Giuseppe Gargiulo scrive:

    Chiarissimo Prof. Beghin,
    mi permetto di interloquire con il suo post, per condividere con lei una mia personale riflessione. Il problema, a mio giudizio, non è quello di domandarsi se pagare le tasse sia giusto, civile o bello (ognuno la può pensare come vuole al riguardo, dipendendo ciò da proprie preferenze personali sulla idea di Stato, comunità e quantità di servizi pubblici che si ha). Prendiamo atto, più pragmaticamente, che le tasse esistono punto e basta (nel senso che sono previste da specifiche norme cogenti dello Stato) e che occorrerebbe pagarle (da parte dei consociati) e riscuoterle (da parte dello Stato). Se si parte “laicamente” da questa premessa, la vera domanda da porsi, a mio modestissimo giudizio, in un approccio tipicamente di analisi economica del diritto (come hanno fatto, in un campo di studi assai limitrofo al nostro, recentemente due insigni studiosi di diritto pubblico Napolitano-Abrescia, Analisi economica del diritto pubblico, Bologna, 2009) è se l’attuale legislazione fiscale sia davvero efficiente, ossia idonea a raggiungere gli obiettivi per cui è posta. Ora, l’elevato livello di evasione fiscale che esiste nella economia italiana, dovrebbe suggerire, a mio giudizio, un facile di diagnosi: il sistema delle norme fiscali vigenti in Italia ed i connessi strumenti di determinazione/controllo/valutazione della capacità economica, sui cui innestare il prelievo , sono, almeno in relazione a molte realtà economiche, palesemente inefficienti . Per indagare le ragioni di tale inefficienza ed avviare un consapevole dibattito pubblico sul tema, a mio giudizio, non è sufficiente ed utile dire che ciò è dovuto al fatto che chi non paga le tasse è un “incivile” (che sotto certi profili sarà anche vero). Per capire perché ciò accade, a me sembra necessario che anche i giuristi che si occupano di diritto tributario inizino ad analizzare l’adempimento delle norme da parte dei consociati non in chiave etica e morale (che sicuramente, se esiste, può nel caso singolo favorire l’adempimento spontaneo) ma in chiave economica, guardando cioè alle norme come un insieme di incentivi/disincentivi (economici) posti dal legislatore in capo ai consociati per il raggiungimento di un certo risultato atteso. Se si guarda alle norme in questo modo, appare evidente che l’effettività delle stesse dipende in modo cruciale dalla sanzione, da un lato, e dalla probabilità della sua irrogazione dall’altro. La probabilità della sua irrogazione è connessa, poi, in campo fiscale, in mood crocia all’efficienza ed efficacia dell’intervento dei pubblici poteri nell’attività di determinazione e controllo della capacità economica oggetto di tassazione. Quando le modalità di determinazione e controllo amministrativo della capacità economica oggetto di tassazione si rilevano palesemente inadeguate ed inefficienti , rispetto alle modalità con cui la ricchezza stessa si manifesta, circola e lascia le sue “tracce”, è evidente che esistono forti incentivi, in capo ai consociati, a non rispettar la norma. E siccome l’uomo è un animale economico, mosso sì da passioni (anche etiche e solidaristiche) ma soprattutto da interessi individuali (come ci insegna va già tanti anni fa Albert O.Hirschman in LE PASSIONI E GLI INTERESSI, Milano 1979), occorre pragmaticamente prendere atto di ciò e migliorare e rendere più efficiente la determinazione amministrativa della capacità economica oggetto di tassazione. Insomma, come ho sentito dire correttamente molte da volte su questo blog anche dal Prf. Lupi, le imposte bisogna prima di tutto saperle andare a richiedere ai contribuenti. Se le si chiedono con modalità largamente blande ed inefficaci, è ovvio che la gente avrà un forte incentivo a non pagarle. E per risolvere queste inefficienze non è molto utile, a mio sommesso giudizio, alimentare un crociata tra “i cittadini fiscalmente civili” (che spesso sono tali, a ben gaurdare, non per superuiori virtù civiche individuali, ma solo perchè le imposte gli vengono trattenute forzosamente alla fonte o comunque sono conspaveoli di esse “segnalati” dai loro clienti e quindi difficilmente occulatibili) ed “i icttadini fisalmente incivili” (che poi magari, si scopre, sono persone che nella loro vita individuale sono molto più degne e ricche di solidarietà di altri e non pagano le imposte solo perchè sono cresciuti in un sistema in cui ma nessuno gliele è venute a chiedere seriamente ed in modo credibile)
    Con osservanza
    GG

  2. Pino scrive:

    Concordo che il problema dell’evasione non è etico. E non è anche quello che l’evasione è legata alla spreco fatto in passato della spesa pubblica, perchè in quel caso il problema sono i politici (qualsiasi livello nazionale o locale) che utilizzano male i soldi. Il problema è la capacità dell’Erario è riuscire ad individuare la capacità contributiva (in altri Paesi ci riescono ed hanno tassi di fedeltà fiscale più alti e noi no). Il problema è che il Fisco italiano si dovrebbe strutturare sulla base dell’economia che deve controllare. In un paese di piccole imprese e professionisti che hanno contatto diretto con il pubblico, con poche grandi imprese industriali o commerciali, (un paese con 8,5 milioni di partite IVA di cui solo 5 milioni presentano la dichiarazione) come possono funzionare i controlli basati sul dichiarato ?? Si susseguono politiche che allargano o stringno i controlli per ragioni elettorali senza mirare a risolvere il problema (“una politica di contenimento, non di guerra” come fatto con la mafia). Le tasse non le vorrebbero pagare nessuno è ovvio, ma sconvolge che in Italia solo il 11% delle PF dichiari più di 35.000 euro e che solo lo 0,8% delle Società dichiara il 52% dell’IRES, mentre il 57% delle Società (fino a 500.000 euro di volume d’affari) dichiara solo l’8%.

  3. Karl scrive:

    E’ un discorso complicato, molto complicato…

    Se le (“tasse”) si “cercano” con insistenza, viviamo in uno Stato di polizia tributaria…(apriti cielo…).

    Se non le si cercano, il “sistema” è inefficiente…

    Se le sanzioni sono troppo basse, non c’è deterrente…

    Se le sanzioni sono troppo alte…(apriti cielo…)

    “siccome l’uomo è un animale economico” e bla bla bla…(Gargiulo non fraintendere…)

    Io concordo con i Vertici della mia Amministrazione quando dicono “è soprattutto un problema di cultura”, ma come far “cambiare” questa “cultura”….? Boh!?

    Anche i consulenti dovrebbero darci “una mano”…..ma lo so, forse è pura utopia….

    Piccolo off topic: mi è arrivata voce (da prendere con le pinze…) che alcuni di noi, forse, andranno un pò negli States presso l’I.R.S.

  4. Giacomo scrive:

    Mi chiedo, e lancio a mo di provocazione, perché non rendiamo possibile un’azione da parte di tutti i consociati che si ritengono lesi dalla evasione altrui ? Non è un interesse diffuso che può esser tutelato da un’associazione che rappresenta una comunità portatrice di tali interessi?
    Proviamo a ragionare come se lo Stato fosse un condominio. In un condominio, se uno non paga le spese condominiali gli si fa immediatamente causa, perché i condomini onesti altrimenti si devono sobbarcare anche i debiti inevasi del moroso e spesso, in via transitoria, ciò accade.
    Perché non consentire modelli di azione simili per l’evasione fiscale?
    Alla base della poca volontà di ridurre l’evasione vi è la scarsa percezione della dimensione e degli effetti del fenomeno.
    Nel condominio almeno una volta l’anno ci si vede e ognuno sa chi ha pagato e chi no, nel nostro ordinamento invece non si sa chi ha pagato né quanto ha pagato e sembra che, per legge, ciò non si potrà sapere.
    Ma è un’altra la differenza sostanziale. Il condominio non può (di regola) ricorrere all’indebitamento esterno, lo Stato si. Lo Stato, o gli altri enti locali impositori, possono indebitarsi sul mercato e scaricare il debito sulle generazioni future, confidando che queste siano più ricche e il debito su di loro pesi meno.
    Il condominio o paga il debito oppure subisce immediatamente l’aggressione dei creditori.
    Lo Stato invece, per pagare debiti, può fare altri debiti. In questo modo chi ha pagato la sua quota di imposta si sente tranquillo, perché non percepisce che è stato fatto un debito (anche) a suo nome.
    Si sente ugualmente tranquillo chi non ha pagato, perché pensa di averla fatta franca: a lui interessa solo non pagare, e non chi e quando dovrà pagare il suo debito.
    Meglio non pagare le imposte e scaricare il debito su altri (non importa chi), che pagarle per potersi fregiare di esser contribuenti onesti ed aver in questo modo finanziato la spesa pubblica.

  5. Raffaello Lupi scrive:

    parlare di contribuenti onesti e di contribuenti disonesti è il modo migliore per non capire nulla, Giacomo. Prima di tutto perchè la distinzione tra “chi paga” e chi “non paga” è una sciocchezza, in quanto anche i famigerati idraulici, e persino le escort, che non pagano i tributi sui redditi, faranno benzina, faranno pure la spesa, telefoneranno, consumeranno energia elettrica, pagheranno l’assicurazione, avranno un conto in banca, e quindi tutte le tasse connesse a questi consumi o a queste attività le pagano come tutti gli altri. Non pagano le imposte sui redditi, perchè i loro redditi sfuggono al circuito delle rigidità aziendali (per documentarti se non hai presente questa chiave di lettura http://www.fondazionestuditributari.com).
    Una differenza rispetto al condominio, molto piu’ rilevante rispetto a quelle che elencavi tu, è il parametro di riparto delle spese. Nel condominio ci sono gli appartamenti, analoghi a quel parametro di riferimento che la costituzione evoca con la “loro capacità contributiva”. Ci sono sia come parametro per la divisione della spesa sia come attività patrimoniale da aggredire in caso di morosità. Vedi giacomo le tasse si pagano nella misura in cui si intravede la possibilità che qualcuno ce le chieda. Se invece la metti sul piano dell’onestà e della disonestà inizi ad avvitarti in una sprirale senza fondo, che alla fine si scarica proprio sulle aziende “perchè mica mi dirai che le banche, le assicurazioni, le compagnie telefoniche, la grande distribuzione, sono “oneste”. Invece di portare le imposte dove le aziende non arrivano o dove i loro titolari mentono, si fa accademia su quello che le aziende dichiarano.
    Comunque non ti preoccupare Giacomo, che sei in buona compagnia, perchè i tuoi discorsi generici sono gli stessi che fa l’accademia della legislazione fiscale e degli altri materiali. Non uso l’espressione “diritto tributario”, ma non perchè sia fallito, quanto perchè non è mai nato, oscillando appunto tra casi limite, parafrasi normative e discorsi da autobus.
    E’ sbagliato dire che il diritto tributario è fallito, perchè non è mai nato, solo che prima della tassazione attraverso le aziende neppure ce n’era bisogno. Quando questo bisogno è sorto diritto tributario è finito al cimitero senza passare dalla sala parto, ma non per colpa di chi se ne occupava, quanto per un malessere più generale generale, anche se menoo visibile, delle discipline economic-giuridiche di cui avrebbe dovuto comporsi. Ma sarà bene che ci faccia un post specifico. Per ora ciao.

  6. Giacomo scrive:

    L’affermazione per cui le tasse si pagano se c’è la possibilità che qualcuno poi me le venga a chiedere (se cioè la mia evasione diventa evidente) è corretta nella logica di un operatore economicamente razionale. L’operatore valuta l’alternativa tra pagamento ed evasione, e se il rischio di esser presi è minimo (perchè, ad es. non si è intercettati da grandi “sostituti di imposta”) sceglie la seconda alternativa.
    Ma davvero bisogna rassegnarsi all’idea che la razionalità economica sia l’unico driver di chi fa parte di una comunità statuale ?

  7. Giovanni scrive:

    Ma la correlazione tra volontà di contribuire, ovvero non evadere, e servizi ricevuti?

    Burocrazia da Repubblica Democratica di Germania, ospedali come neppure in Ghana, dipendenti pubblici ormai sfacciatissimi, parassiti ovunque, nel pubblico e nel finto privato.

    E il 60% di quanto guadagno con il sudore della mia fronte deve finire a loro?

    Quando in Svizzera con il 20% hanno servizi fantastici, pochissima burocrazia e i fanulloni si vergonano?

  8. Giovanni scrive:

    -

  9. rraudino scrive:

    “allo stesso risultato si perviene mediante condoni, transazioni e scudi fiscali di ogni sorta, i quali finiscono per alterare le REGOLE di questa contribuzione, permettendo a chi ha generato un reddito di versare un’imposta inferiore rispetto a quella dovuta sulla base del criterio di riparto fissato, ex ante, dal legislatore”
    ..rag.nto inappuntabile, prof. Beghin, soltanto ad esser d’accordo sull’equità e la validità x tutti di tali regole; ma anche sulla loro invariabilità, almeno a rapporto (tributario) in corso [è questo, se nn erro, il senso del suo 'ex ante'] Nel sistema fiscale attuale va diversamente: basti pensare alla tassabilità del compenso agli ammin.ri di società di capitali, o, su concetti più generali, alla ben nota diatriba evasione/elusione d’imposta
    ps. Giovanni, d’accordissimo con te: ma dall’Africa nn abbiamo importato solo il sistema ospedaliero pubblico, ma anche il “bunga-bunga”, con tutto il suo…indotto (ke vale, se nn erro, svariate migliaia di Euro, natural.te ESENTASSE ;)

  10. Raffaello Lupi scrive:

    Aldo… Giovanni e Giacomo (forse aldo non c’è…) vi allego un articoletto su di me da “affari e finanza” di repubblica di oggi”….Bisogna smettere di parlare di lotta all’evasione, perchè puoi fare la lotta ai terroristi, ai serial killer, ai pedofili, agli spacciatori di assegni a vuoto, ai sofisticatori di cibi e bevande, ma non a chi ti vende da mangiare, ti taglia i capelli, di prepara un cappuccino, ti porta all’aeroporto in taxi, ti cura quando sei malato e ti seppellisce quando sei morto..e crea reddito , crea lavoro…figurati che si difendavano persino i contrabbandieri perchè creavano lavoro, e persino i corrotti come da questa memorabile scena di spqr http://www.youtube.com/watch?v=BSAl0pnv5pQ

    21 Febbraio 2011
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    Affari & Finanza > RAPPORTO

    “Cancellare gli adempimenti vessatori e chiedere tributi semplici e accertabili”

    l’intervento

    «Da sempre le tasse si pagano quando qualcuno le richiede, ma nel mondo industrializzato il fisco non le richiede più direttamente, ma “attraverso le aziende”: sono loro il crocevia dove il lavoro manuale, quello intellettuale organizzativo, il capitale e gli immobili si fondono per generare la ricchezza moderna». Parte da lontano Raffaello Lupi, ordinario di Diritto tributario e Scienza delle finanze all’Università Tor Vergata di Roma, ma arriva subito ad una conclusione: «Le aziende sono l’esattore del terzo millennio, cui il fisco impone di richiedere le imposte a dipendenti, consulenti, fornitori, consumatori, risparmiatori ed, infine, agli stessi imprenditori. Senza riferire all’azienda le imposte di terzi, arrivando a cifre da capogiro — aggiunge Lupi — il confronto classico è invece connesso alla solita domanda se vogliamo pagare “con fattura” o senza: dove 100 euro di compenso se ne portano dietro circa 60 tra imposte e contributi, immaginando una aliquota Irpef del 30 per cento».
    Il problema del fisco per le imprese, secondo Lupi, è a monte: «E’ una tassazione progettata per l’impresa organizzata, con qualche rigidità amministrativa, economie di scala; man mano che queste rigidità si allentano chiedere le imposte con la Gazzetta Ufficiale funziona sempre peggio, e serve una richiesta da parte degli uffici tributari». Lupi avverte: «Non bastano controlli dissuasivi a scandaglio, ma serve una sistematica presenza, per richiedere le imposte dove le aziende esistono solo in senso materiale». «Possiamo anche chiamare “azienda” — prosegue il professore — un locale, una saracinesca, un bancone, qualche attrezzo, un po’ di merci, e una persona al tempo stesso proprietario, direttore generale e operaio della propria attività. Qui il fisco non può però far leva su rigidità aziendali, e deve chiedere le imposte, senza l’illusione della contabilità del gelataio o della partita doppia dell’elettrauto. Questi ultimi semplicemente spesso chiuderebbero se dovessero pagare tutte le imposte e i contributi su redditi presunti che spesso nemmeno producono».
    Lupi, poi, si sofferma sulla proposta di tagliare le imposte per rendere più competitive le imprese: «Appare generica, perché le aziende strutturate tirano avanti bene anche così — osserva — e un taglio delle imposte non risolve i loro problemi di competitività con paesi dove il costo del lavoro è una frazione di quello italiano. Si possono invece, a costo zero ridurre adempimenti e formalismi, spesso inutili, vessatori e prepotenti, soprattutto con i piccoli; una coltre di burocratismo, proclamato con le migliori intenzioni di “immagine legislative”, finisce per inceppare anche gli uffici pubblici». «Il recupero della ricchezza nascosta al fisco deve avvenire — sottolinea il professore — abbandonando l’idea da crociata della lotta e della caccia all’evasore; non serve equiparare a un terrorista, a un mafioso o a uno spacciatore di droga chi crea, come artigiano, commerciante o industriale, il reddito di cui vive tutto il paese».
    «Quest’idea di “lotta contro qualcuno” crea schizofrenia sociale e, alla fine, ostacola una serena richiesta delle imposte attraverso quelle stime e valutazioni che il fisco usa da sempre — sottolinea Lupi — Occorre rilanciare queste stime, dove le aziende non arrivano, con tributi semplici, accertabili anche dai vigili urbani nel contesto del federalismo fiscale. Altrimenti — conclude il professore — la tassazione attraverso le aziende rischia di soccombere sotto il peso delle proprie sperequazioni, con riflessi dirompenti sullo stesso patto sociale su cui si fonda la nostra convivenza».
    (v. d. c

  11. Paolo scrive:

    Le tasse non sono civilissime sono solamente un peso. Le pago perchè non posso farne a meno non sentendomi assolutamente fiscalmente civile e quando mi accorgo che qualcuno fa il furbo ho un senso di fastidio perchè è evidente che nessuno lo controlla e quindi veniamo a discorso di fondo: è lo stato che deve impedire ai cittadini di sottrarsi al loro obbligo con maggiori controlli mirati alla persona/contribuente.
    Credo poi che questi discorsi, se prescindiamo dalle questioni tecniche legate alla possibilità di costringere il cittadino ad essere onesto fiscalmente, non possano non tener conto del profondo scollamento che negli ultimi decenni si è venuto a creare tra politici che, evasione o non evasione, non hanno voluto parametrare la spesa alle entrate creando un debito che stiamo lasciando bellamente ai nostri figli.

  12. Prometeo scrive:

    Concordo con il compianto Prof. Padoa Schippa … pagare le tasse è bellissimo, se avesse detto che è civilissimo il Prof. Beghin non avrebbe scritto questo post…

  13. Giovanni scrive:

    @Paolo: Se pagassi il 20% del tuo reddito per avere assistenza sanitaria dignitosa, servizi pubblici efficienti e una scuola che educa veramente i tuoi figli forse saresti contento di pagare le tasse.

    Certo che se dopo aver pagato il 60% del tuo reddito ti devi pagare tutto per avere un servizio comunque mediocre perché il pubblico oltre a fare schifo non consente lo sviluppo di un vero mercato privato per istruzione, sanità, previdenza …

  14. Mediocrito scrive:

    Perbacco! Questo non è un blog di tributaristi ma un blog di cultori della finanza pubblica! Si tratta di un caso oppure il vento ha cominicato a girare diversamente? Il fatto che uno come il Prof. Beghin abbia introdotto l’argomento mi sembra un segnale

  15. Antonio Jaconi scrive:

    Forse lo Schioppa pensava al fenomeno del gioco del lotto, laddove miglioni di persone, senza alcuna pressione, anzi con molto piacere (dilettandosi con la Smorfia), versano bei soldoni all’erario.

  16. Gold scrive:

    Prof. Lupi,
    il suo discorso lo capisco ma non riesco a vedere un sbocco pratico.

    Va bene meno formalismi e adempimenti, però è anche vero che i formalismi hanno una funzione di deterrenza.

    Per esempio il blocco delle compensazione è un formalismo che urta, però è anche vero che ha frenato il fenomeno delle indebite compensazioni.

    Mi può indicare un suo libro dove compiutamente espone le sue idee sul tema? E gli sbocchi pratici?

  17. Raffaello Lupi scrive:

    Gold , il libro è scaricabile qui in PDF http://www.fondazionestuditributari.com/
    alla fine della presentazione in home page in un link che si chiama tassazione aziendale in cerca di identità. Comunque sto scrivendo un nuovo libro per Ipsoa, che si chiamerà manuale giuridico professionale di diritto tributario o qualcosa del genere…

  18. Gold scrive:

    Grazie!

  19. mariella scrive:

    Gent.mi , mi sembra un discorso per certi versi un può fuori dal contesto. Sono un contribuente di fatto costretto a pagare tributi e tasse perchè il prelievo è alla fonte mi sento abbondantemente stupid perche pagare le tasse oggi non è affatto bellissimo e nemmeno civilissimo ma stupidissimo .. e ridicolo aggiungerei ..

  20. Emilio Ciavana scrive:

    Le imposte sono odiose perché sappiamo benissimo che i soldi non vanno quasi mai dove dovrebbero andare, ossia nel mantenere e nello sviluppare il nostro stivale.

  21. rraudino scrive:

    la conversione del(l’odiatissimo..) milleproproghe, mi riporta -anche se può sembrar off.topic (ma nn lo è più di tanto)- al noto concetto delle regole e del loro cambiamento..in corso d’opera;) Il Legislatore nn è una sorta di “Totem che tutto può”: un minimo di rispetto delle regole favorirebbe senz’altro -come ho già scritto altrove- una più equilibrata e serena percezione della tassazione, ancor più nel suo aspetto sociale e solidaristico

  22. Davide scrive:

    Gentile Professor Lupi,
    Le sarei grato se mi anticipasse il mese di uscita del Suo nuovo manuale giuridico professionale di diritto tributario.
    Grazie

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