8 Febbraio 2010
Prima regola per giornalisti che intendano occuparsi di questioni tributarie: la dichiarazione dei redditi non è un totem
Il Corriere del Veneto del 6 febbraio 2010 riferisce del caso di un commerciante di pellame deceduto da qualche anno, il quale avrebbe accumulato, nel corso della sua vita, un patrimonio stimato in circa 90 milioni di euro, ripartito tra immobili, titoli e depositi bancari. Sembra che, nei periodi d’imposta che hanno preceduto il decesso, l’imprenditore avesse dichiarato al Fisco redditi complessivi di importo all’incirca pari a 20 mila euro. Una goccia nel mare.
L’articolo ammicca all’evasione fiscale e il cronista lascia intendere, con tono garbato ma insinuante, che un “paperon de paperoni” non può credibilmente denunciare redditi equivalenti a quelli di un operaio o di un pensionato, poiché una simile dichiarazione non sarebbe in linea con la disponibilità di un gigantesco patrimonio.
Affermazioni di tal consistenza non possono che essere il frutto di un errore di fondo: quello secondo il quale la “ricchezza” di un contribuente possa essere millimetricamente rappresentata, senza margini d’errore, attraverso la sua dichiarazione dei redditi, con la conseguenza che l’abissale differenza tra un elevatissimo patrimonio personale (non riportato in dichiarazione) e redditi assai modesti dovrebbe nascondere, appunto, fenomeni di evasione.
Si tratta di una svista assai grave, se soltanto si considera che esistono inconciliabili differenze tra le ricchezze di carattere patrimoniale e quelle aventi, per contro, natura reddituale. Non è detto che il patrimonio generi automaticamente reddito, mentre è probabile che i redditi generati dal patrimonio si trasformino, indipendentemente dal prelievo fiscale su di essi, in ulteriore patrimonio. E’ certo, però, che il patrimonio non entra a far parte della dichiarazione dei redditi, dimodochè, nel muovere da quest’angolo di osservazione, può non sussistere la ben che minima differenza tra la dichiarazione di un lavoratore dipendente che viva del proprio reddito e quella di un altro dipendente il quale, in aggiunta a quel reddito, disponga di beni personali di ingente valore (sotto forma, appunto, di immobili, titoli, depositi bancari, eccetera). Esistono inoltre redditi che, per ragioni di semplificazione del rapporto tributario sulle quali non mi posso soffermare in questa sede, rimangono per legge al di fuori del circuito dichiarativo, perché assoggettati a ritenute alla fonte o a imposte sostitutive capaci di esaurire il carico fiscale che ad essi (redditi) si riferisce.
La dichiarazione dei redditi non serve a stabilire “quanto è ricco Tizio” o “quanto è povero Caio“: serve invece a indicare quanta ricchezza Tizio e Caio hanno incanalato nel sistema di tassazione del reddito incentrato sulla dichiarazione, fermo restando che quei soggetti potrebbero disporne di altra, di ammontare addirittura più consistente rispetto alla prima.
E’ per questo che non esistono legami inossidabili tra contenuto della dichiarazione e tenore di vita. Conosco signore di mezza età che non presentano alcuna dichiarazione e che, ciò nondimeno, possono garantirsi la disponibilità di abiti firmati, residenze secondarie, iscrizioni a centri di bellezza, gioielli e così via, attraverso il possesso di redditi tassati alla fonte. Parimenti, conosco aitanti giovanotti che si dedicano all’acquisto di auto lussuose, ai viaggi, agli sport più costosi e ai circoli più esclusivi, senza tuttavia sottrarre un euro dalle casse erariali.
Chi dichiara redditi elevati non è necessariamente “più ricco” di chi dichiara redditi modesti o di chi non dichiara nulla al Fisco. Allo stesso modo, si può dichiarare pochissimo e disporre legittimamente di un consistente patrimonio.
La dichiarazione non è un totem intorno al quale ruota tutto il fenomeno fiscale. Non ci dice quanto consumiamo, quanto spendiamo, qual è la superficie dei nostri immobili, quante e quali vacanze facciamo, quanti quadri o libri abbiamo comperato nell’ultimo anno. E’ da qui che si deve partire per comprendere situazioni come quelle rappresentate, in questi giorni, dal quotidiano citato più in alto.


Scritto il 8-2-2010 alle ore 16:09
Quanto riportato sopra dimostra come la ricomposizione della capacità economica globale del soggetto, (seppur indicata sul finire dell’800 e primi decenni del 900, come obbiettivo da perseguire, negli allora considerati moderni sistemi fiscali), oggi, non sia realisticamente perseguibile. Infatti, nell’immaginare un sistema fiscale funzionale alla realtà sociale di riferimento, estremamente composita e frammentata, come quella attuale, propria di un’economia globalizzata, si palesa maggiormente utile la creazione di presupposti impositivi, che seppur sacrificano i principi di personalità e progressività, sono, invece, in grado d’intercettare la ricchezza nel momento più opportuno da un punto di vista erariale. In effetti, se si guarda ai paesi scadinavi, ad esempio, ove il problema evasione è ridotto ai minimi termini, si nota proprio che il loro sistema si sta spostando, sempre di più verso imposte cedolari.
E’ “facile” notare anche quanto segue:
- Il diritto tributario dovrebbe, anzi, deve stare al di fuori delle previe scelte politiche; infatti, la “costruzione” di una teoria tributaria, sotto questo profilo, dovrebbe essere “asettica”. Ciò che rileva è il perseguire, per quanto possibile, la corretta determinazione della capacità economica. Sapendo bene che in una scienza sociale tutto è relativo, sfumato in un costante precario e soprattutto dinamico equilibrio. Nulla è statico. Tutto è situazionale.
- Argomenti perciò che riguardano la progressività, la proporzionalità, la globalità, oppure, le cedolari, le sostitutive, a prima battuta possono sembrare opzioni politiche. Da quello che ci stiamo dicendo, invece, sembra non esser così. Se come osservatore della materia fiscale mi accorgo che il sistema comincia, con la progressività, con la personalità, a far acqua (tecnicamente), allora, senza entrare in discorsi “politici” potrò ben concludere, con tutte la cautele del caso, che forse può essere di una qualche utililtà reindagare possibilità di tassazione diverse (tipo le cedelori - da intendersi questo un termine sintetico da non prendersi alla lettera).
Scritto il 9-2-2010 alle ore 17:51
Mi trovo perfettamente d’accordo con il post del prof. Beghin, ed anche con le osservazioni di Riflessifiscali.
Vorrei però permettermi una notazione.
Credo che il sistema tributario non possa non assumere una connotazione politica in quanto politico e non strettamente tecnico è l’organo (cioé il Parlamento) che ha il potere di disciplinarlo.
Per quante cautele tese ad evitare lo scadimento in logiche di stretta politica o, peggio, fazionistiche, possano essere prese, esattamente come avvenne nell’assemblea costituente del 1946-1948 il risultato non potrà che colorarsi degli indirizzi più ampiamente condivisi tra le correnti di pensiero cui i nostri rappresentanti aderiscono.
Mi sia consentito di richiamare con un accenno la teoria del c.d. “consenso all’imposta”, sulla scorta della quale si diffusero nel feudalesimo i primi organi rappresentativi che avevano, dapprima, soltanto funzioni di approvazione dei tributi introdotti dal sovrano, onde legittimare l’imposizione così disposta mediante il consenso che, in tal modo, una strettissima minoranza di sudditi aveva prestato. Da qui, l’evoluzione della civiltà ci ha portati ad avere assemblee rappresentative che decidono, in ogni materia, a che cosa i cittadini “consentano” nei confronti dello Stato.
Credo dunque che non esista un sistema tributario “giusto” o “equo” in sé e per sé, ma soltanto un ordinamento più o meno vicino al sentimento di giustizia ed equità condiviso dall’opinione pubblica, della quale il Parlamento dovrebbe essere adeguata espressione.
Tributi giusti o equi possono essere considerati soltanto quelli che l’organo legislativo introduce tenendo responsabilmente conto dell’opinione dei rappresentati e del reale oggetto del consenso che questi ultimi, con il voto, prestano (anche) in materia tributaria.
Resto quindi un pò scettico circa la possibilità di sviluppare una teoria tributaria del tutto “asettica”, che forse rischierebbe di rimanere lontana dal sentimento comune e dall’obiettivo finale dello Stato, la tutela della Persona in tute le sue forme e manifestazioni.
E’ indubbio che sia giunta l’ora di dotare il nostro sistema tributario di un nucleo di principì fondamentali, ampiamente condivisi, su cui fondare produzione ed interpretazione della disciplina speciale avendo finalmente un valido riferimento.
Scritto il 9-2-2010 alle ore 19:55
La ricchezza - patrimonio è una grandezza “stock” cioè adatta ad essere misurata - in modo più o meno approssimata - in un preciso istante di tempo , così posso dire cha al 31 dicembre posseggo tre case, un certo saldo nel conto corrente bancario ed un certo ammontare di titoli. Il patrimonio rappresenta l’aspetto statico, la fotografia di una serie di beni in un dato momento .
La ricchezza - patrimonio si forma in due modi o tramite il reddito o tramite trasferimenti unilaterali di ricchezza. Possono verificarsi modificazioni qualitative della composizione del patrimonio tramite degli “scambi” di alcuni beni con altri : denaro contro immobili o titoli contro denaro.
Il reddito è quello che tutti conosciamo, è un flusso di beni misurabile in un intervallo temporale ed esprime l’aspetto dinamico del patrimonio che lo accresce o lo diminuisce (nel caso si tratti di perdite). In un’altra visione non è altro che la differenza tra il patrimonio misurato in due diversi momenti. Il reddito può essere prodotto dal patrimonio stesso (come gli interessi attivi, utili, canoni di locazione, plusvalenze) oppure tramite le attività sganciate dal patrimonio : lavoro dipendente, autonomo in senso ampio piuttosto che imprenditoriali .
L’altro modo di accrescimento della ricchezza è rappresentato dai trasferimenti unilaterali di ricchezza gratuiti come possono essere le eredità o le donazioni, istantaneamente uno stock di beni entra nella sfera giuridica del possessore riconnesse a fenomeni successori i atti di liberalità. Allo stesso modo può decrementare tramite atti unilaterali di disposizione a gratuiti a favore di terzi e tramite l’indebitamento.
Dopo il tempo l’altra dimensione di cui tener conto è quella spaziale , reddito e patrimonio possono essere suddivisi in più nazioni, così da avere un reddito d’impresa prodotto nella nazione X che va ad alimentare un patrimonio nel paese Y investito in titoli ed immobili i cui frutti sono spesi/consumati nel paese Z.
Quindi il patrimonio oltre ad avere un stratificazione temporale e quindi con essa una successione di vicende tributari che ne hanno caratterizzato il livello medio di prelievo tramite variazioni di aliquote, esenzioni, condoni etc, risente anche della dimensione spaziale che determina sensibili variazioni nel prelievo fiscale per lo stessi presupposto impositivo da nazione a nazione .
Normalmente la manifestazione esteriore del patrimonio non sono i singoli beni contenuti in più o meno anonimi strutture societari piuttosto che il denaro liquidi e titoli alla cui riservatezza (almeno nelle forme legali) provvede il sistema bancario ma piuttosto tramite i consumi (intesi anche come beni durevoli privi della caratteristica della conservazione del valore) .
Quindi in questo percorso a ritroso le dichiarazioni dei redditi anche fisiologicamente monitorano e tassano solo una parte dei flussi di reddito, in particolare solo alcune tipologie di reddito e perdippiù italiane, che hanno contribuito all’ incremento della ricchezza, mentre a livello patologicamente non possono aver traccia dell’evasione.
Poter inferire delle conclusione sulle modalità di formazione fiscale del patrimonio e quindi dei redditi (intesi come variazione del patrimonio tassate e quelli invece evase) è un esercizio abbastanza improbabile a causa delle asimmetrie informative tra contribuente e terzi, siano essi agenti del fisco o giornalisti, soprattutto se lo si vuol realizzare a livello analitico, uno schema logico di causa effetto come quello sopra delineato serve soprattutto per ragionare e fungere da paradigma di verosimiglianza ai metodi di stima che potrebbero e dovrebbero esser fatte per i soggetti “amministrativamente non rigidi”
stefano palestini
Scritto il 11-2-2010 alle ore 18:17
Le riflessioni proposte sono tutte interessanti e senza dubbio frutto di approfondite esperienze.
Tuttavia, un contribuente che dichiara per anni 20.000 e possiede un patrimonio di 90 milioni è semplicemente un evasore.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 10:23
“Odisseafiscale”, non sempre può esser vero quello che scrivi. Infatti, a Parma, ad esempio, domenica sera, un sigonre/ra, si è ritrovato/a, improvvisamente, ad avere un patrimonio di 70 milioni di euro, pur a fronte di un probabile reddito annuale di 20 mila euro. Il tutto, fortuna sua, grazie al superenalotto
Scritto il 12-2-2010 alle ore 13:30
Naturalmente caro Riflessifiscali, ho effettivamente trascurato il fattore C.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 14:29
Ecco, perfetto, ci siamo capiti, il c.d. fattore C, può essere, ad esempio, una spiegazione del perchè il patrimonio non necessariamente può derivare dal reddito prodotto dal soggetto. Un altro casao potrebbe essere quello del figlio di papà, mantenuto per le spesucce, che si ritrova, però intestatario di immobili e titoli di ingente valore. Da un punto di vista della teoria, quindi, va messo in chiaro che i collegamenti fra reddito e patrimonio non sono univoci e con più passa il tempo, con più si disperdono nella nebbia. Certo comunque che la tua osservazione è pesante ed in tanti casi incontestabile: infatti, l’azione di controllo del fisco dovrà, necessariamente, prendere in considerazione queste situzioni anomale. Gli sprovveduti che si buttano in tale griglia, saranno con ogni probabilità, scoperti, gli avveduti, invece, (che intestano ad immobiliari, finanziarie, ecc.) probabilmente no.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 15:03
Ho sempre ritenuto che il reddito di per sé sia sempre più insufficiente a “dare giustizia” della capacità contributiva di un soggetto.
Ciò è tanto più vero dopo anni di “boom” immobiliari (ancorché seguiti dall’attuale stagnazione) e di decremento in termini reali dei redditi di lavoro.
Non so immaginare, però, quale potrebbe essere la cura: per ora, mi limito a constatare che una gran massa di contribuenti “poveri” (che verosimilmente non sono tutti evasori), assolvono - con l’IRPEF - la gran parte delle imposte nazionali.
A monte del problema fiscale, sta probabilmente un’incomprensione di fondo dei tempi attuali (e delle loro emergenze) da parte del sistema politico.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 16:46
In ogni caso anche il fattore C è come dire …misurabile. Per chi ha familiarità con i meccanismi tributari non può non avere coscienza e conoscenza della cruda realtà: in generale l’attività di accertamento, dalla dichiarazione al controllo, è insufficiente et inefficace quindi iniqua et ingiusta. Si tratta di diritti assoluti che diventano diritti relativi: tu sì io no. Tuttavia se il sistema di controllo fosse adeguatamente sviluppato i picchi di evasione eclatanti potrebbero essere eliminati. Di fatto, manca oggi come è mancata sempre, la volontà politica di attivare sul piano organizzativo e operativo gli strumenti che dal punto di vista legislativo già esistono e sono tra i più aggressivi della Ue.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 19:41
Il problema è che il sistema si è formato attraverso una serie continua e confusa di apporti normativi indotti da esigenze di “cassa” erariali, e per tale motivo abbiamo una fiscalità “poco equa” nel suo impianto fondamentale. La moltiplicazione dei controlli non sanerebbe i vizi d’origine, per così dire. E in tale contesto, un’attività di controllo sistematica e capillare potrebbe aumentare le sperequazioni. Mi spiego: se il lavoratore (dipendente o autonomo) o il piccolo commerciante subisce un’imposizione tributaria e previdenziale anche superiore al 60 per cento, è difficile pretendere fadeltà fiscale assoluta da tutta la popolazione del Paese. Occorrerebbe quindi prima “sanare” il sistema fiscale (e per questo servirebbe una fortissima “volontà politica”), e quindi - sulla base di un rifondato patto sociale - ripartire da zero.
Scritto il 12-2-2010 alle ore 20:05
Come sottolineato anche dal ministro Tremonti nell’apertura di Telefisco, penso che sia necessario riformare il sistema tributario in maniera logica e precisa proprio perché le ingiustizie e le sperequazioni che vi si sono insinuate per contingenti esigenze di cassa rischiano di essere un alibi per i tentativi di evasione fiscale.
Il sistema tributario che si voleva donare alla neonata Repubblica Italiana è rimasto incompleto e ad oggi manca una legge tributaria fondamentale, contenente principì che possano costituire una valida guida per la futura produzione normativa ed un parametro per valutare la legittimità di quella in vigore.
Ugualmente, serve una riforma organica che metta ordine in un sistema spesso incoerente, derivato della sedimentazione di differenti intenti delle legislature che si sono succedute.