20 gennaio 2010

Annunci di riforma fiscale e tecniche di comunicazione, tra “mogli” e “legittime concubine”

L’intervento del Dott. Claudio Siciliotti su Il Sole 24 Ore di martedì 19 gennaio 2010 (Lo Statuto troppo spesso calpestato) sollecita qualche considerazione sul tema della “riforma fiscale”, che ha polarizzato, in questi giorni, l’attenzione dei media.

Di quale riforma si tratta? Su quali istituti cadrà? Alcune imposte saranno cancellate e saranno sostituite da altre? La progressività nel comparto dell’IRPEF sarà fortemente circoscritta  per lasciare il posto alla doppia aliquota del 23% e del 33%?

Non dispongo della sfera di cristallo e, pertanto, non sono nella condizione di rispondere.

Noto, però, che tra i fili conduttori del citato articolo v’è l’esigenza di chiarezza e l’idea – che personalmente condivido – di evitare la <<confusione tra il concetto di riforma del sistema fiscale e quello di taglio del livello di tassazione riferito ad una o più imposte>>.

Che l’intervento sulle aliquote non rappresenti un “riforma fiscale” mi sembra però scontato, così come una rondine non fa primavera. Non credo che, in questa fase, il Ministro abbia inteso parlare dei contenuti tecnici della riforma, ma soltanto richiamare l’attenzione sull’idea – e sulla oggettiva necessità – della riforma. Insomma, un conto è dire che il sistema richiede interventi strutturali e che si deve puntare alla riduzione del prelievo fiscale; un conto è esplicitare i contenuti sostanziali degli interventi medesimi. Si tratta di piani diversi, che non possono essere sovrapposti, così come non si può mischiare il profilo politico (della riforma che verrà), con quello, per l’appunto, tecnico.

Quando ci si muove nella direzione degli “annunci”, uno dei  problemi fondamentali è quello dell’efficacia della comunicazione.

Chi annuncia una riforma fiscale non identifica i propri interlocutori in una determinata categoria professionale e tanto meno si rivolge, in modo esclusivo, a chi ha fatto del diritto tributario la propria professione. Si rivolge, al contrario, ai soggetti che votano, quale che sia la loro estrazione sociale e l’attività esercitata. La comunicazione punta al consenso popolare: essa è efficace se il linguaggio è comprensibile e la comprensibilità aumenta tanto più il comunicatore si pone al livello del destinatario del messaggio.

Se il Ministro si fosse presentato in televisione annunciando interventi strutturali sul capital gains, sulla participation exemption, sulla tassazione consolidata,  sulla deducibilità degli interessi passivi e sulla interconnessione tra codesta disciplina e il ROL, il telespettatore si sarebbe annoiato, si sarebbe fatto un’idea sbagliata, oppure si sarebbe trovato, a fine serata, “senza idee”.

Al contrario, quando si utilizzano parole semplici ed immagini concettuali alla portata dell’uomo della strada, il messaggio arriva diritto sul bersaglio. Anche un bambino capisce che la riduzione delle aliquote significa “pagare di meno”. Parimenti, un pensionato o una casalinga sono perfettamente in grado di comprendere che lo spostamento della tassazione sui consumi rappresenta una vera e propria insidia per il budget familiare.

La politica sceglie la linea da percorrere e chi sta al governo decide l’obiettivo da raggiungere. Poi la palla passa ai tecnici, che avranno modo, nelle competenti sedi, di studiare, di confrontarsi, di proporre e finanche di rielaborare le proprie posizioni.

L’annuncio di riforma fiscale e l’idea di abbassare le aliquote non sono incompatibili, perché in questa fase ci si muove sul piano del consenso politico e codesto consenso – lo ribadisco – richiede abilità comunicativa da misurare alla base, dove stanno gli interlocutori.

In uno dei capolavori di Fëdor Dostoevskij, il protagonista si interroga sulla scelta di vita della sorella, promessa sposa non già per amore, ma per denaro. Quali parole avrà utilizzato il penetrante scrittore russo per catturare l’attenzione del proprio lettore? Avrà parlato di “moglie” o  di “legittima concubina”?

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3 Commenti a “Annunci di riforma fiscale e tecniche di comunicazione, tra “mogli” e “legittime concubine””

  1. Raffaello Lupi scrive:

    Concordo, anche se penso vada enfatizzato che tra “tecnici” e “politici” non ci sono barriere, ma una interdipendenza, una interazione, dove il tecnico deve capire le esigenze di consenso del politico, che possono provocare contraddizioni o incoerenze, prezzo da pagare non dico per dare un contentino a tutti, ma per avere qualcosa da replicare alle obiezioni di ciascuna categoria apprezzabile. Anche i politici sono un pò tecnici, e anche i tecnici devono mettersi nei panni dei politici. Sono i rapporti dialettici della convivenza sociale, dove c’è distinzione di ruoli, ma anche interscambio. E dove c’è bisogno di una visione di insieme di quello che ci accade intorno, in cui tutti possano facilmente riconoscersi. Personalmente ho preparato un file di meno di 80 pagine, inserito nella home page di http://www.fondazionestuditributari.com , che potrebbe essere letto da un giornalista, da un politico, da ogni cittadino informato che vuole capire.

  2. pino scrive:

    Ma di cosa parliamo? di annuncio pubblicitario. Parliamo semplicemente di una diminuzione di aliquota Irpef (messaggio politico in vista delle regionali) considerato oramai che non si possono più fare proclami sull’IRAP. La parola Riforma è tutt’altra cosa. Uno del PDL.

  3. Marcom scrive:

    Personalmente penso che sarebbe già un’utile riforma la sistematizzazione delle fonti del diritto tributario, ossia la tanto discussa codificazione.
    Questo è il campo sul quale i “tecnici” potrebbero dare il loro prezioso contributo, per dare finalmente ordine alla disciplina sostanziale e a quella procedurale.
    Questo tipo di riforma potrebbe benissimo essere “a costo zero”, dato che non comporterebbe necessariamente la modifica dei presupposti impositivi, ma soltanto una organica disposizione della disciplina tributaria vigente; il tutto con benefici in termini di semplicità e certezza sia per i cittadini che – ritengo – anche dell’amministrazione finanziaria.
    E’ ovvio però che questo tipo di riforma non ha sufficiente appeal ed appare forse uno sforzo inutile, in vista di una futura riforma globale (ma, per ora, soltanto annunciata).

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